Il mito che le plastiche siano chimicamente inerti in acqua viene sfatato. Questa convinzione è ormai in crisi. In un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature, Naixin Qian e il suo team hanno dimostrato che le plastiche comuni, a contatto con l’acqua, generano radicali idrossilici (HO•) altamente reattivi. L’energia deriva dall’effetto elettrostatico. Tra i sei tipi di microplastiche utilizzati nell’esperimento, quelli più idrofobici hanno mostrato livelli più elevati di radicali liberi. I radicali liberi hanno vita breve. Queste molecole sono strutture molto reattive che possono causare danni al DNA a livello cellulare. Nello studio, quando i globuli rossi di topo sono stati esposti a microplastiche di polistirene (PS), sono stati osservati danni letali ed è stato rilevato che l’effetto elettrostatico attira verso la plastica anche le biomolecole cariche. I risultati mostrano che le micro- e nanoplastiche possono danneggiare gli organismi in almeno tre modi. Se queste particelle siano davvero dannose e se possano essere rilevate in modo affidabile nei tessuti biologici è ancora oggetto di dibattito.
Perché è importante
Per lungo tempo l’ipotesi che la plastica fosse un materiale che non reagisce in acqua, e quindi relativamente innocuo, costituiva lo sfondo delle valutazioni del rischio ambientale e sanitario; poiché questo studio indebolisce tale ipotesi a livello di laboratorio, è candidato a entrare nell’agenda anche degli enti che stabiliscono gli standard. Quando si è compreso che il danno può derivare non solo dalla presenza fisica delle particelle, ma anche dalle reazioni chimiche che queste producono a contatto con l’acqua, si è visto che i tipi di plastica idrofobica sono diventati una categoria da monitorare separatamente. Per questo motivo il risultato riguarda non solo le scienze di base, ma anche le autorità della sanità pubblica e i settori che si occupano di sicurezza dell’acqua. D’altra parte, i risultati si basano su condizioni di laboratorio limitate alle cellule del sangue di topo; non si sa se lo stesso meccanismo operi anche nel corpo umano. Il fatto che persino un metodo di rilevamento affidabile nei tessuti sia oggetto di dibattito mostra che lo studio solleva più domande di quante ne risponda.