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Il peccato comune di tutti noi: siamo bigotti, fratello mio!

Aggiornato: 07/10/2026 · 2 min di lettura · 352 parole

Pubblicato: · Notizia ricevuta: · Tempo di elaborazione: 7 min

Il peccato comune di tutti noi: siamo bigotti, fratello mio!
Libro aperto sotto luci contrastanti

L’autore critica le reazioni suscitate dal suo «possa il paradiso essere la sua dimora», pronunciato dopo la scomparsa, avvenuta nei giorni scorsi, di Ioanna Hoca. Mentre una parte, sottolineando che Hoca era greca, si è opposta agli auguri di paradiso e di misericordia, dall’altra parte si sono levate voci come «non può giacere nel nûr, camminerà nella luce». Secondo l’autore, queste due mentalità, che consolidano posizioni politiche attraverso la morte, sono le due facce della stessa lama.

L’autore precisa che il suo vero problema è il monopolio delle parole. Mette in discussione il fatto che chi usa parole come «Rahmet» (misericordia) e «nûr» (luce) venga subito etichettato come di destra, mentre chi pronuncia «diritti umani», «uguaglianza», «democrazia» venga etichettato come di sinistra. Riconosce che questa tendenza, chiamata in psicologia «scorciatoie mentali» (heuristics), è necessaria per la vita pratica; sostiene però che non riuscire a concepire che le parole possano esistere indipendentemente dall’appartenenza politica sia pigrizia mentale e bigottismo. Secondo l’autore, non chiunque dica «cammini nella luce» è automaticamente un intellettuale, così come non è conservatore chiunque auguri la misericordia. Sottolinea che la laicità, che afferma di difendere la ragione e l’inclusività, trasformando le formule linguistiche in dogmi scivola sullo stesso piano del bigottismo conservatore a cui si oppone.

Perché è importante

Il dibattito mostra che la polarizzazione non rimane confinata alla politica, ma si infiltra fino nei momenti umani più condivisi, come il lutto e le condoglianze. Se persino di fronte alla morte si controlla a chi appartenga quale parola, ciò significa che lo spazio per condividere un dolore comune si sta restringendo. E questo controllo non è nemmeno proprio di una sola parte: si sostiene che entrambi gli schieramenti, pur usando vocabolari diversi, agiscano con lo stesso riflesso di etichettatura. La questione, dunque, va oltre una notizia di decesso e riguarda il problema della lingua che si trasforma in un documento d’identità e della schedatura politica operata attraverso le parole che chiunque usa nella vita quotidiana. La domanda che l’articolo lascia aperta è questa: è possibile costruire un linguaggio comune di condoglianze senza liberare le parole dai loro carichi di appartenenza?

Fonte: Independent Türkçe · A cura del redattore Altay Tuna Emir.